Dittici

Due sono gli occhi, due le orecchie, due sono perciò le immagini necessarie a riempire lo spazio vuoto, per infondere vita alla fotografia, per accostarla alla realtà. Il principio dualista – due immagini equivalenti che nate dallo stesso parto gemellare appaiono inseparabili e l’una fatalmente unita all’altra – è all’origine della ricerca estetica di Carlo Sclauzero, fotografo goriziano, che premiato a Milano nel gennaio del 2005 al concorso nazionale Cairo, promosso dalla rivista Arte, ritrova la sua collocazione sulla scena artistica. Otto suoi dittici di formato medio-grande sono esposti alla Galleria La Bottega. Chi ha visitato gli spazi di questa schiva galleria di via Nizza, ha potuto constatare che le vie della fotografia contemporanea incrociano anche Gorizia.

Attraverso l’obiettivo lo sguardo di Sclauzero si nutre delle capitali della contemporaneità, gode nei luoghi dove la pulsazione della metropoli si fa sentire con maggior forza, che siano New York, Parigi o Londra. Incroci, piazze, pubbliche vie, stazioni e fiere, monumenti o passanti in veloce movimento gli offrono la composizione, il gioco di linee, forme e prospettive che frantuma per ricomporle nuovamente. «Le mie foto non sono documentazione ma ricerca estetica, analisi visuale del paesaggio urbano,» sostiene Sclauzero, le sue immagini però lasciano trapelare che il suo sguardo non è impermeabile alla meraviglia, ma si lascia conquistare e stupire. L’appagamento che prova lo trasmette poi allo spettatore.

«Come scelgo i dittici che meritano di essere esposti? Ci devo sentire una carica, un’energia,» spiega, e racconta che il primo dittico nasceva sulla Wooster Street a New York. Casualmente. Aveva ripreso la via dallo stesso punto ma con uno stacco temporale e un movimento della macchina fotografica. In camera oscura le due immagini stampate erano attratte l’una dall’altra, tra loro si è innescato il dialogo. Da sole non sarebbero sopravvissute mentre in coppia acquistavano una forza sorprendente. Sono seguiti Morat, Londra, Parigi e Neuchetel. Da allora i titoli dei suoi dittici riportano le coordinate geografiche e temporali: Expò 2002, Slogane Square 2001, Place Parvis 2002, Tate Modern 2001, Palais de Tokyo 2002, Gare de Lyon 2002 e Grande Arche 2002.

I dittici di Sclauzero nascono durante i viaggi. «Mi guardo attorno attraverso l’obiettivo. Mi lascio guidare, l’occhio è libero, cerca e scopre. L’occhio, poi, è già esperto e la ricerca della doppia inquadratura in sequenza è automatica. Lo scarto temporale dura un secondo, il tempo di ricaricare la macchina. Ciò che colgo facendo scattare l’otturatore lo vedrò poi in camera oscura.»

L’ultima serie di dittici nasce a Sarajevo. «Mi rendevo conto che il passato recente di questa città martoriata premeva ma tuttavia sapevo di dover portare a casa un risultato estetico, non il riflesso delle mie sensazioni o una condanna sociale. Perciò il ragazzino che era passato davanti all’obiettivo con le dita nel segno della vittoria oppure le tracce di pallottole esplose sui palazzi fanno parte di questo gioco creativo, del dialogo che instauro con i luoghi dei miei viaggi,» si racconta il fotografo goriziano che conserva negli occhi ciò che hanno impresso su pellicola i maestri della scuola di Düsseldorf e, nel cinema, Wim Wenders. «Come per loro l’ambizione delle mie immagini è che siano essenziali, perfino asettiche ma che agiscano sotto la pelle e incantino.» Non a caso Carlo Sclauzero viaggia con una Mamiya di medio formato, portabile a mano, e utilizza la luce naturale, senza far ricorso a fonti artificiali di illuminazione. Non interviene in postproduzione. «Se le ritoccassi significherebbe che non ho visto giusto, che non ho colto la verità ma la menzogna.»

Igor Devetak

Primorski dnevnik, Trieste 26/05 2005